Philippe Daverio

By 17 Ottobre 2020 Critiche

LA NATURA VIVA NON È MAI STILL LIFE

Philippe Daverio

Serve ancora dipingere oggi? Certo che serve! Serve per un motivo che all’occhio anche distratto può apparire evidente e immediato. Si può infatti rappresentare un paesaggio con fotografie accurate e precise, eppure l’immagine che ne proviene restituisce una percezione troppo precisa, così esatta da allontanarsi dalla natura stessa. L’occhio non basta; la natura comunica con sensazioni ben più complesse, con la temperatura dell’aria, con l’umidità che assorbe o libera, con la percezione sommata d’una serie complessa di sensi stimolati.

La natura non può essere quindi rappresentata ma solamente evocata; e lo è col movimento dell’aria, con gli effluvi dei profumi, con la temperatura, con il senso vitale delle stagioni. La natura viva non è mai still life, cioè natura silente o come si dice in italiano “natura morta”. Ecco la sfida che affronta in modo innovativo assai Gene Pompa in arte Gene. E lo fa con una intuizione inattesa: la natura per lui è anzitutto pulsione poetica.

Essere nati ad Alessandria d’Egitto era una volta una fortuna ben particolare in quanto quel mondo offriva sin dalla culla una rara combinazione di influssi. Si era inconsapevolmente internazionali, ci si declinava allora ancora fra magie arabe, citazioni colte francesi, avventure britanniche e profumi d’Italia. Ed è forse per questo motivo genetico che Gene è tuttora amante della luce come gli impressionisti, delicato come i pomeriggi britannici, attento alle tessiture che lo portano a stendere sulle sue tele trame spesse, palpabili come le annodature dei tappeti d’Oriente. La luce trasversale dei suoi paesaggi toscani richiama quella dei nabis di Francia quanto quella della stagione macchiaiola. E di tutto il bagaglio raccolto fa un’esperienza sommata, plasmata dove appare talvolta l’assonanza con quel Carlo Mattioli, suo confinante delle colline emiliane, anch’esso affascinato dalla forma delle colline e dalla muta presenza degli alberi che ne segnano il ritmo.

Il dipingere la natura può apparire oggi un’esercitazione di puro stile, una ricerca formale. L’anacronismo di questa pratica è invece una fortunata opportunità per chi desidera superare l’astrazione senza dovere necessariamente declinare un’obsoleta figurazione. Dipingere la natura è una scelta determinata di poetica pura. È una pulsione romantica. Ed è al romanticismo diventato simbolista, a questa corrente profonda del sentimento vissuto, che si deve la potente rivoluzione delle sensibilità che stimolò l’evolversi dei sentimenti e dei comportamenti nel secolo diciannovesimo. Lo scriveva con intuito Charles Baudelaire:

La nature est un templeoù de vivants piliers laissent parfois sortir de confuses paroles; l’homme y passe à travers desforêts de symboles qui l’observent avec des regards familiers. Comme de long séchos qui de loin se confondent dans une ténébreuse et profonde unité, vaste comme la nuit et comme la clarté, les parfums, le couleurs et lessons se répondent.

La natura è un tempio dove colonne vive lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che lo osservano con sguardi famigliari. Come lunghi echi che da lontano si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e come il chiarore, i profumi, i colori e i suoni si rispondono.

Aveva le sue radici il sentimento della natura già nelle pitture del crepuscolo quattrocentesco, le rimarcò, queste radici, nel crepuscolo del Settecento. Le ritrovò la borghesia crepuscolare e colta d’Occidente nel gusto zen d’Oriente e le combinò, queste radici, nella dolce e sottile stagione del simbolismo, quella di Maurice Denis e di Paul Sérusier, prima che l’Europa si disfacesse durante la Grande Guerra. Anche i tempi d’oggi si declinano in una nostalgia per una terra una volta dura ma felice che sta ora precipitando, ma lo fa questa volta con un sussulto che somiglia di molto ad una presa di coscienza. Ecco perché i dipinti di Gene assumono il valore forte d’una testimonianza.

Deve avere nella sua infanzia Gene raccolto in un Egitto ancora franco britannico il seme di quell’epoca pacifica ed essere diventato, forse inconsapevolmente, testimone d’una Belle Epoque ormai scomparsa ma mai del tutto dimenticata, rimasta ancorata nel fondo dell’animo. Ne ha ereditato la complessità cromatica, il gusto tattile, la cortese pacatezza. S’è portato appresso un dono assai raro del passato e lo sta restituendo con i suoi dipinti.

Affascina il suo fare da ricamatore quando pone in serie piccoli grumi di pittura che formano trama e ordito d’una tela immaginata; sotto cieli stesi con liquida trasparenza, s’articolano terre arate e alberi realizzati con spessori pittorici che fanno loro da contrappunto materico e svolazzano come foglie, s’irruvidiscono come cortecce, lasciano a terra tappeti leggeri che il piede teme di calpestare. Generano un curioso effetto introspettivo nel quale l’occhio si mette a volare, l’atmosfera si fa tangibile, l’aria sembra carica di profumi, quelli evanescenti di primavera, quelli morbidi estivi, quelli sommessi dell’autunno, e talvolta pure quelli cristallini del gelo invernale.

“Colline senesi”