LE NINFEE DA MONET A GENE POMPA

Daniele Radini Tedeschi

Le ninfee da Monet a Gene Pompa

Il gusto orientaleggiante di fine Ottocento aveva indotto diversi artisti ad interessarsi di botanica nipponica o del cosiddetto “far east”, tanto da popolare le tele europee con fiori di loto, aceri giapponesi e fiori persiani. Il gusto floreale dell’Art Nouveau poi avrebbe condotto assieme al Simbolismo ad un tripudio vegetale assoluto, pari quasi ai festoni d’un Mantegna o d’un Crivelli. Questo gusto verde venne recepito in modo eccellente da Claude Monet il quale, esperto egli stesso di giardinaggio, collezionista di piante rarissime e di bulbi introvabili, tradusse con il linguaggio impressionista l’intera realtà naturale, fatta di giuochi d’acqua, riflessi specchianti, gonfie ninfee, dal pittore ricreata nei giardini della sua tenuta di Giverny. Da quel momento in poi le ninfee sono divenute una stessa cosa col pittore Monet, come i tagli per Fontana o le forchette per Capogrossi, tanto da impedire in maniera totalitaria ad ogni artista successivo di poterle dipingere anche in  modo diverso: chiunque avesse voluto confrontarsi con questo fiore avrebbe ricevuto solo l’appellativo di “copista di Monet”. Tutti tranne uno, poiché le opere di Gene Pompa, aventi per soggetto il fiore di Nenufaro bianco (ovvero la ninfea), affermano una autonomia tutta propria, estranea dal servaggio mimetico e dal regno dell’imitazione.

Tra queste opere vi è Ninfee e riflessi (olio su tela, 50 x 50 cm.) assai vicina nel formato quadrato a Ninfee blu di Monet (olio su tela, 200 x 200 cm. Museo d’Orsay) ma curiosamente unica, absoluta, sciolta da qualsiasi nesso stilistico con l’universo impressionista, con il passato. La spatola, dalla maggior parte dei pittori utilizzata in senso distruttivo, a mo’ di sciabola o scimitarra, viene invece indirizzata da Gene Pompa in senso costruttivo: con essa si “scolpiscono” le piccole ninfee dalle verdi foglie tondeggianti, i fiori rosa appena sbocciati, le fronde più scure divenute quinte naturali della scena.

E poi l’acqua, grande protagonista della tela e della vita, elemento dominante di questo bacino specchiante, regno della esistenza immersa e sommersa, popolosa, formicolante d’insetti, anfibi , crostacei e pesci, pullulante di un mistero che il pittore lascia solo intravedere attraverso flebili increspature della superficie ferma.

Con questa produzione Gene Pompa rassicura e rinfranca il pubblico, poiché afferma l’inesistenza di limiti per l’arte e l’assoluta possibilità di questa nel superare ogni ostacolo, di attraversare ogni epoca trovando la sua strada, la sua nuova via, così come l’acqua, capace di infiltrarsi ovunque, di trovare il suo letto fluviatile, di soverchiare ogni diga.

Prof. Daniele Radini Tedeschi

“Realtà riflessa a Giverny, 2016, olio su tela, 50x50x3 cm”